LESIONE DEL MENISCO: 6 CONSIGLI UTILI

Le lesioni del menisco sono relativamente comuni e possono avere gravità differenti che possono portare a dolore, gonfiore, blocchi articolari e difficoltà nel movimento sia attivo che passivo del ginocchio.

Cos’è il menisco?

Il ginocchio, essendo localizzato tra anca e caviglia, è il punto centrale dell’arto inferiore e di conseguenza è soggetto a numerose sollecitazioni meccaniche. I menischi sono due cuscinetti fibrocartilaginei a forma di “C” che si trovano appoggiati sulla parte superiore della tibia che hanno la funzione di ammortizzare le importanti forze che si concentrano sul ginocchio.

Quali sono le cause di queste lesioni?

Il danno al menisco può verificarsi a causa di usuranti stress ripetuti nel tempo, può essere il caso delle persone che camminano/corrono molto nel tempo libero e che regolarmente impiegano le ginocchia nel loro lavoro (es. piastrellista o muratore) o nell’attività sportiva (es. cestista o runner).

Anche un trauma improvviso può essere causa di danno meniscale. I meccanismi traumatici per eccellenza sono rappresentati dalle rotazioni a ginocchio fermo con il piede che fa da punto fisso e i movimenti estremi del ginocchio come iper-flessione e iper-estensione.

Tuttavia questo tipo traumi sono più comuni nella popolazione sportiva.

La gravità del danno può essere di diversa entità potendo variare da un banale “taglietto” a lesioni a tutto spessore.

Ma come funziona la fisioterapia in questo caso?

Generalmente, una volta danneggiato, un menisco non è in grado di guarire da solo. Tuttavia una lesione non richiede nemmeno necessariamente un intervento chirurgico.

Molte persone con lesione meniscale reagiscono molto bene ai trattamenti conservativi e alla fisioterapia.

In prima battuta risultano fondamentali la terapia manuale e la tecarterapia.

Queste hanno lo scopo di velocizzare il recupero e di permetterti di iniziare il prima possibile gli esercizi, riducendo il dolore, il gonfiore e rilasciando la muscolatura che naturalmente, in risposta al danno, si è contratta. Superata la prima fase, la riabilitazione si concentra principalmente sul rinforzo dei muscoli che avvolgono e che funzionalmente fanno parte del ginocchio, con il fine di scaricare gli stress di carico su di loro e meno sui menischi. Il consiglio è di evitare le attività che provocano i tuoi sintomi o che li fanno peggiorare.

Potrebbe essere necessario interrompere queste attività provocative per un determinato periodo di tempo, per dare il tempo alle strutture di “sfiammassi” e di incrementare la forza muscolare.

Andare in bici potrebbe essere una valida soluzione per sostituire le attività ad alto impatto poiché permette di mettere in sicurezza i menischi dal carico e da temibili forze di taglio, scongiurando il rischio di pericolose rotazioni, cosa che potrebbe succedere durante la corsa, e allo stesso tempo favorire l’incremento della forza muscolare senza rischi.

Inoltre, potrebbe esserci un gonfiore persistente come conseguenza del danno che può irrigidire il ginocchio. Quindi, metti del ghiaccio su ginocchio avvolto in un asciugamano umido per non più di 20 minuti. Ricorda che è importante controllare regolarmente la pelle per assicurarsi che non si stiano provocando ustioni da contatto.

6 pillole per te!

Ecco 6 info generali su come comportarti in caso di patologia meniscale:

  1. Il ghiaccio può essere il tuo migliore alleato, soprattutto nelle prime fasi;
  2. Trova delle alternative per svolgere le attività che possono essere faticose e deleterie per il tuo ginocchio;
  3. Invece di trasportare un carico molto pesante in una volta sola, frazionalo e fai un giro in più;
  4. Evita di accovacciarti fino in fondo se questo è qualcosa che irrita e che non piace al tuo ginocchio!;
  5. È fondamentale migliorare la forza e il controllo muscolare del ginocchio poiché riduce qualsiasi ulteriore irritazione al menisco e favorisce la tua guarigione;
  6. Gli esercizi si devono concentrare anche su altri distretti come tronco, anca e caviglia, per aumentare la stabilita dell’intero sistema.

Il tuo fisioterapista saprà come creare un piano terapeutico progressivo e adeguato a te e alle tue esigenze per permettermi di ritornare presto a svolgere le attività che più ti piacciono!

 

 

CIFOSI DORSALE: L’IMPORTANZA DELLA FISIOTERAPIA

Un pò di anatomia…

Il rachide è suddiviso in 5 segmenti vertebrali:

– 7 cervicali
– 12 dorsali
– 5 lombari                                                                                                           – 5 sacrali
– 4 coccigee

La colonna vertebrale è composta da 4 curve, lordosi cervicale e lombare, e cifosi dorsale e sacro-coccigea. Queste curve ci permettono di distribuire il peso in modo omogeneo e di muoverci più facilmente.

Il tratto più mobile è quello cervicale, che ci permette di orientare la testa nello spazio.

Il tratto dorsale, al contrario, risulta essere quello meno mobile e di conseguenza più stabile. Questo è dovuto sia dalla conformazione anatomica delle vertebre sia dalla presenza delle coste, infatti, tutte le coste si agganciano alle vertebre dorsali, conferendo così protezione ai nostri organi interni.

Tutte le vertebre, tranne le sacrali e coccigee, sono separate tra loro da un disco intervertebrale che funge da cuscinetto per le sollecitazioni meccaniche. La lesione del disco posta a una protrusione o erniazione del liquido da lui contenuto.

Cosa succede in caso di danno?

Ogni tratto ha delle precise caratteristiche fisiologiche, quando queste variano tutto il rachide ne risente.

Il tratto dorsale, in alcune condizioni, tende a diventare rigido e/o ipercifotico.

La prima condizione comporta una perdita di mobilità in tutte le direzioni, in particolare in estensione.
Il segmento dorsale, facendo parte di un complesso sistema, influenza tutta la colonna.
I segmenti cervicale e lombare, infatti, tenderanno a lavorare eccessivamente per sopperire all’ipomobilità dorsale.

Tutti i muscoli presenti sulla colonna risentiranno di questa limitazione di movimento, sia quelli che ci permettono di muovere la colonna sia quelli che la stabilizzano. Non bisogna assolutamente dimenticare che anche i muscoli respiratori potrebbero soffrire di questa condizione.
Nel tempo, anche i corpi delle vertebre potrebbero subire delle modificazioni, infatti, la parte del corpo vertebrali maggiormente copressa tenderà ad assottigliarsi, peggiorando il quadro clinico.

La condizione in cui la curva dorsale diventa eccessiva rispetto agli standard fisiologici, viene chiamata ipercifosi o cifosi patologica, generalmente di tipo congenita.
Classifichiamo le ipercifosi in strutturali e posturali.
La prima è conseguente ad un problema strutturale, quindi principalememente osseo, ed è spesso associata ad alterazioni di tipo scoliotico.

La seconda, invece, è conseguente ad squilibrio muscolare o ad un vizio posturale.

Cosa fare se si ha questo tipo di disturbi?

La diagnosi precoce è fondamentale.
Quando un problema è di natura strutturale, la correzione avverrà tramite l’uso di corsetti che stimolano la corretta postura.

L’esercizio terapeutico e la terapia manuale risultano essere di fondamentale importanza sia come terapia aggiuntiva all’utilizzo del corsetto sia nelle condizioni di cifosi rigida e ipercifosi posturale. La scelta degli esercizi deve essere fatta da fisioterapista esperto, che dovrà insegnarli correttamente al paziente affinchè lui li svolga quotidianamente.

Avere il fisioterapista di fiducia fa la differenza!

 

COLPO DI FRUSTA: COME LO GESTISCO?

Il colpo frusta (whiplash) è un meccanismo traumatico distorsivo di accelerazione-decelerazione del tratto cervicale. Comunemente, associamo il colpo di frusta ad un incidente stradale, tuttavia può verificarsi in concomitanza di traumi di qualsiasi tipo in cui vi sia un cambiamento improvviso di accelerazione del corpo, come in attività sportive o in rovinose cadute.

Cosa succede durante un colpo di frusta?

La nostra testa pesa circa 5 kg, carico non indifferente che i muscoli e i tessuti molli del collo devono sostenere in modo costante.

Ma se esposta a traumi in cui vi sono brusche e improvvise accelerazioni, come negli esempi sopra citati, i tessuti che devo sostenere il controllo del capo non riescono a lavorare in modo efficiente, perdendo il controllo.

Durante il trauma, i muscoli e i legamenti vengono sottoposti a tensioni estreme e in risposta al “pericolo” si contraggono, proteggendosi. Questo succede due volte, sia nell’accelerazione che nella decelerazione, per cui il danno è doppio e può coinvolgere strutture sia anteriori che posteriori.

Quali possono essere le conseguenze?

I giorni successivi al trauma, tendono ad essere i peggiori e risultano decisivi nel determinare l’entità del danno.

Le conseguenze dell’impatto possono provocare fratture ossee e/o lesioni dei tessuti molli che si possono estendere anche alla regione dorsale e temporo-mandibolare.

Questi danni e disfunzioni, a loro volta, possono portare ad un insieme di manifestazioni cliniche denominate Whiplash Associated Disorders (WAD).

Trattandosi di un meccanismo traumatico, si possono configurare quadri clinici variabili a seconda della gravità dell’impatto e delle strutture coinvolte.

I sintomi cardine sono la rigidità e il dolore al collo a cui possono associarsi nausea, vertigini, acufeni, mal di testa e formicolii lungo gli arti superiori.

Si stima che circa il 30-50% dei pazienti che subisce un colpo di frusta, svilupperà problematiche cervicali croniche. Questo significa che il colpo di frusta non va assolutamente sottovalutato.

Collare cervicale e farmaci: consultare il medico

Dopo aver effettuato gli accertamenti del caso allo scopo di escludere lesioni di strutture delicate, probabilmente ti consiglieranno di portare il collare cervicale per un periodo ti tempo variabile, ma comunque della durata di pochi giorni.

In realtà, però, il “collarino” dovrebbe essere consigliato solo in caso di frattura o di instabilità vertebrale, eventi non poi così frequenti per questo tipo di traumi.

Se non avete lesioni di tale entità, il mio consiglio è quello di rivolgervi al vostro medico curante e chiedere se è concesso, per il vostro caso specifico, evitare il collare.

Recenti evidenze scientifiche dichiarano che la terapia precoce è risultata molto più efficace dellʼimmobilizzazione con collare, poiché permette un miglior controllo del dolore sia nel breve che nel lungo periodo, previene la cronicità e consente di ridurre le spese di gestione favorendo il ritorno più completo a situazioni lavorative e di svago.

Quello che devi fare, quindi, è di evitare l’immobilità e muovere il collo sulla base di quello che può sopportare e ti concede, altrimenti i sintomi potrebbero peggiorare il completo recupero potrebbe essere compromesso.

L’uso di qualche farmaco anti-infiammatorio od antidolorifico potrebbe aiutarti a gestire la fase iniziale e acuta, potendoti aiutare a riposare meglio. A tal proposito, consulta il tuo medico per avere indicazioni chiare per il loro utilizzo.

Come posso gestire al meglio il problema?

L’esecuzione di movimenti delicati del collo di rotazione, flessione, estensione e inclinazione possono essere un buon modo per guarire prima e meglio. Ricordati però di eseguirli seduto su una sedia con schienale in una posizione dritta e confortevole: fai attenzione a non irrigidire altre parti del corpo e quindi rilassa le spalle, mantieni il collo verticale e le scapole appoggiate allo schienale.

Inoltre, molto utile in questi casi è la borsa dell’acqua calda da mettere sui muscoli rigidi e dolenti, ti aiuterà a ridurre il dolore e a rilassare l’area della cervicale.

Quando ti trovi al lavoro, assicurati di assumere una postura corretta e non stressante per il tuo collo, evita di stare troppo tempo fermo nella stessa posizione cambiandola ogni 15-20 min.

Man mano che i sintomi diminuiscono e gli esercizi diventano meno difficoltosi, è possibile aumentare l’ampiezza e l’intensità dei movimenti.

Come per ogni tipo di problematica muscolo-scheletrica, gli esercizi sono fondamentali e vanno fatti poco, ma più volte durante la giornata.

La fase finale del recupero coincide con il recupero del controllo e della forza muscolare che inizialmente risulterà debole e affaticata, ma che poi, sotto la guida di un fisioterapista specializzato, ritornerà meglio di prima.

 

 

DOLORE ALL’INGUINE E PUBALGIA: CAUSE E RIMEDI

Pubalgia’ è un termine usato per indicare un dolore a livello pubico, senza specificare la struttura sofferente e la causa.

La zona pubica, anatomicamente, è complessa ed è composta da diverse strutture.

L’osso pubico, che insieme a ileo e ischio formano il bacino, funge da zona di inserzione per i muscoli adduttori, che ricordiamo essere:

● Pettineo ● Gracile ● Adduttore grande  ● Adduttore breve  ● Adduttore piccolo  ● Adduttore lungo

A questi si aggiunge anche il pubococcigeo, un importante muscolo del pavimento pelvico. Una sua disfunzione può portare a problematiche urinarie, dolore durante i rapporti sessuali ed eiaculazione precoce per gli uomini.

Come tutti i muscoli, gli adduttori si inseriscono sull’osso mediante un tendine, che in alcuni casi può infiammarsi creando così una ‘tendinite’.
La principale azione dei muscoli adduttori è quella di portare la gamba verso la linea mediana del corpo; gli adduttori vengono attivati anche in altri movimenti come la rotazione e/o flessione di anca.

Oltre ai muscoli, anche i legamenti si inseriscono a livello pubico, per aumentare la stabilità della sinfisi pubica.

Tutte queste strutture possono andare incontro a problematiche, in modo particolare muscoli e tendini, creando così un quadro clinico caratterizzato da dolore locale o diffuso, riduzione di forza e rigidità;

Le cause del dolore possono essere molte, le più comuni sono: sforzo eccessivo, microtraumi ripetuti e trauma diretto/indiretto.
A queste si aggiungono anche delle condizioni che predispongono allo sviluppo di pubalgia tra cui: artrosi, dismetria degli arti inferiori, gravidanza e disfunzione degli addominali.

Una corretta e precoce diagnosi medica è importante per impostare il miglior programma riabilitativo.

La Fisioterapia risulta essere fondamentale nella fase di recupero, per la riduzione dell’infiammazione, riduzione del dolore e per il ritorno allo svolgimento delle attività di vita quotidiana.

Nello specifico, il percorso riabilitativo inizia con la riduzione delle attività sportive/ di sforzo, l’applicazione di ghiaccio (almeno 3 volte al giorno per 15 minuti massimo) e lo stretching.

Il Fisioterapista, per ridurre l’infiammazione, utilizzerà gli elettromedicali quali: tecar, onde d’urto, laser o ultrasuoni.
A questi verranno associati terapia manuale e manipolazione fasciale, per migliorare la consistenza dei tessuti. In fine il Fisioterapista imposterà una riabilitazione funzionale.

Attraverso l’esercizio terapeutico il paziente potrà, quindi, gradualmente ritornare a svolgere tutte le attività.

Se vuoi approfondire e conoscere meglio come poter prevenire e curare questo problema, clicca su pubalgia e leggi l’intero articolo!

Come Curare il Dolore al Gluteo

Se vuoi curare il dolore al gluteo e conoscere a quali altri sintomi può accompagnarsi, perché stai brancolando nel buio, allora sei nel posto giusto.

Se cerchi info specifiche di approfondimento su cosa la fisioterapia può fare per il tuo problema e su come poterla eventualmente prevenire, allora leggi il seguente articolo Patologie sindrome del piriforme su Fisioterapia Italia, il portale di riferimento per la fisioterapia in Italia.

Il dolore al gluteo può indicare diversi tipi di problematiche.

Nella maggior parte dei casi si tratta di dolori ai muscoli, come nel caso della sindrome del piriforme; in altri casi può nascondere disturbi di altra natura come sciatalgia, comprendendo il nervo sciatico.

La sindrome del piriforme è un insieme di segni e sintomi che interessano il muscolo piriforme e il nervo sciatico, nel suo punto di passaggio al di sotto di questo muscolo. Viene definita come sindrome mista poiché si possono generare sintomi sintomi sia di natura muscolare che neuropatica, da compressione del nervo sciatico. Il piriforme è uno dei muscoli principali del gluteo e viene attivato nei movimenti di extrarotazione della coscia, come accavallare le gambe.

Per conoscere come curare il dolore al gluteo, hai prima bisogno di chiarire un dubbio: Piriforme o ernia?

come-curare-il-dolore-al-gluteoLa sindrome del piriforme è più diffusa di quanto si pensa, in quanto spesso viene confusa con la lombosciatalgia, problematica ben diversa. Nella lombosciatalgia vi è la compressione diretta o indiretta di una radice nervosa che emerge dal midollo spinale a livello vertebrale per qualsiasi tipo di causa, come ad esempio un ernia del disco, una frattura o un’infezione. Questo è il caso di consultare un neurochirurgo poiché si tratta di un problema che potrebbe farsi serio per cui è necessario valutare la situazione dallo specialista per esclude condizioni di rischio. Nella sindrome del piriforme la questione è totalmente differente. Generalmente non vi è alcun danno irreversibile, ma questo dipende anche da come il problema viene gestito dal paziente, poiché se si ignora il problema per troppo tempo si possono creare dei danni anche irreversibili. La terapia manuale e l’esercizio fisico, con l’ausilio della terapia fisica (tecar, onde d’urto, ecc.) sono sicuramente il modo migliore per poter risolvere questo problema.  Proprio per questo “problema” viene chiamata “falsa sciatica”. La grande differenza, anche abbastanza intuitiva, sta nel fatto che la sindrome del piriforme non ha correlazioni con il tratto lombare. In conclusione, prima di sapere come curare il tuo dolore al gluteo devi capire se effettivamente il muscolo piriforme è infiammato oppure se è la schiena è infiammata.

In realtà il gluteo può essere anche la causa del tuo mal di schiena senza sciatica…

Il piriforme, così come grande e medio gluteo, possono essere causa di quel mal di schiena che non da irradiazione agli arti inferiori come quello tipico da sciatica. Se si tratta di un dolore localizzato esclusivamente nella zona lombosacrale senza scendere lungo gli arti inferiori allora i responsabili possono essere proprio i glutei. E’ possibile capire attraverso un’accurata valutazione fisioterapica, se sono proprio loro a darti il mal di schiena! Molto spesso è così!

Quali sono le cause?

Tra le più probabili cause e fattori di rischio si ritrovano: 

  • Trauma nella regione glutea, come cadute; 
  • Movimenti improvvisi e violenti, postura mantenuta e ripetuta nel tempo che possa generare traumi al piriforme 
  • Interventi chirurgici, in regione addominale o al bacino, che possano generare aderenze connettivali in prossimità del piriforme.
  • Disfunzioni posturali e di movimento dell’anca o del bacino che possano sovraccaricare il piriforme;  

Quali sono i sintomi?

I sintomi principali della sindrome del piriforme sono: 

  • Dolore trafittivo al gluteo: spesso il dolore al gluteo è avvertito al mattino quando ti alzi e viene; può anche essere avvertito dietro alla coscia e sotto al gluteo descritto come dolore “profondo” che tende ad irradiarsi nella parte posteriore dell’arto inferiore, nei casi più gravi arriva fino al piede;
  • Formicolio sia locale che irradiato; 
  • Bruciore sia locale che irradiato. Questi sintomi vengono evocati durante movimenti di rotazione dell’anca e posture statiche come mantenere le gambe accavallate.

Molti in terapia mi chiedono “ma quanto dura la sindrome del piriforme?”, beh a questa domanda non c’è una risposta; la cosa fondamentale che devi sapere è che sicuramente se ti affidi nelle mani giuste i tempi possono drasticamente diminuire. Altro fattore sono l’impegno e l’attenzione che ci metti nel seguire i consigli del tuo medico e del tuo fisioterapista.

Se vuoi parlare con il professionista e sapere direttamente come curare il dolore al gluteo, chiama il numero +393462345196. Chiama FISIO, i professionisti della salute!

LA SPALLA TI IMPEDISCE DI DORMIRE E DI LAVORARE? LESIONE DELLA CUFFIA DEI ROTATORI

Le lesioni della cuffia dei rotatori possono essere causate da traumi improvvisi oppure svilupparsi nel tempo in seguito a continui traumatismi ripetuti.
I sintomi possono includere dolore, debolezza muscolare e senso di instabilità o “apprensione” durante i movimenti della spalla.

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Com’è fatta la spalla?

La spalla è un’articolazione sferica formata da tre ossa: la scapola, la testa dell’omero e la clavicola.

Si tratta dell’articolazione più mobile del corpo umano  e proprio a causa di questa caratteristica è anche la più instabile. Sono i muscoli della cuffia dei rotatori che hanno il compito di “correggere” questo difetto.

I muscoli della cuffia dei rotatori propriamente detti sono quattro: sovraspinato, sottospinato, sottoscapolare e piccolo rotondo. A questi, si aggiunge un quinto muscolo che funzionalmente aggiunge ulteriore stabilità alla struttura, il capo lungo del bicipite brachiale. Il danno ai tendini di uno o più di questi muscoli caratterizza il quadro patologico.

Dove si distribuisce il dolore?

Il dolore si localizza nell’area in cui è avvenuta la lesione, talvolta potendo allargarsi “a macchia d’olio” fino a ricoprire totalmente la spalla.

Spesso, però, il dolore non rimane confinato alla spalla e si può irradiare anche fino alla parte superiore del braccio, in certi casi anche fino alla mano, e in zona scapolare.

Questo perché quando avviene una lesione, il corpo reagisce cercando di “bloccare” l’area offesa e lo può fare efficacemente facendo contrarre la muscolatura funzionalmente connessa alla zona sofferente.

Quando si può avvertire il dolore?

Chi soffre di questo problema fatica a prendere sonno o si sveglia a causa del dolore poiché dormire sulla spalla dolente acutizza il dolore. La mattina è un altro dei momenti più difficili della giornata per via del dolore e della rigidità che si avverte al risveglio. Chi svolge lavori in cui vengono utilizzate molto le spalle come operai, muratori, elettricisti od imbianchini potrebbe trovare la giornata lavorativa molto pesante e la sera la spalla potrebbe non dargli pace! Il dolore può presentarsi anche a riposo o durante certi tipi di movimenti come quelli sopra la testa, chiamati “overhead”, nel sollevare dei pesi come ad esempio una borsa oppure una leggera bottiglia d’acqua.

Con la sola fisioterapia si può guarire?

Generalmente, le lesioni della cuffia dei rotatori tendono ad essere più comuni con l’avanzare dell’età. Lo scarso allenamento e/o i movimenti ripetitivi possono portare nel tempo alla degenerazione dei tendini fino alla loro rottura.

Anche un trauma improvviso, come una caduta, può essere causa di lesione.

Nella maggior parte dei casi le lesioni della cuffia dei rotatori non richiedono interventi chirurgici, poiché rispondono molto bene alla terapia conservativa in cui la fisioterapia gioca un ruolo fondamentale. Tant’è vero che molte persone che hanno una lesione tendinea non ne sono nemmeno consapevoli.

Il ripristino della corretta attività della cuffia è la chiave per avere una pronta guarigione.

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Tuttavia non è sempre possibile partire con gli esercizi, poiché vi sono diverse gravità di lesione e il dolore va sempre rispettato.

Soprattutto in fase iniziale, può essere di grande aiuto la terapia fisica, come la tecarterapia e le onde d’urto,

che sono in grado di drenare i liquidi e di ridurre il dolore, accelerando i tempi di recupero. Senza dubbio, di grande ausilio è anche la terapia manuale, volta al recupero della mobilità.

In seconda battuta, gli esercizi sono da preferire. Il rinforzo dovrebbe concentrarsi sui muscoli stabilizzatori della scapola e sulla cuffia dei rotatori. Questo correggerà i problemi di coordinazione che hanno contribuito allo sviluppo del tuo problema.

Sarà il fisioterapista, al fine di garantire il tuo miglior recupero, la figura che ti guiderà attraverso un adeguato programma di esercizi. In certi casi, solo su indicazione del medico, possono risultare utili gli anti-infiammatori che possono aiutare a ridurre il dolore e facilitare i movimenti. Tuttavia, il loro uso a lungo termine può inibire la capacità del corpo di curare la lesione, quindi, non bisogna abusarne!

C’è qualcosa che posso fare a casa?

A casa puoi gestirti bene utilizzando del ghiaccio in area di lesione, per non più di 10-15 min alla volta, e applicando il calore sui muscoli rigidi.

Inoltre, è fondamentale esaminare le attività che hanno provocato il tuo dolore. Presta attenzione alla tua postura, rivedi la modalità di svolgimento dei lavori di casa o al lavoro e, se necessario, fai delle pause così da prevenire ulteriori peggioramenti.

MAL DI SCHIENA ACUTO: COME MI DEVO COMPORTARE?

Nella vita la maggior parte di noi sperimenterà almeno un episodio acuto di mal di schiena. La stragrande maggioranza dei casi, se inquadrati e gestiti correttamente,

si risolverà entro poche settimane.

Diversi possono essere i fattori scatenanti del dolore, alcuni noti, altri sconosciuti.

Forse di recente hai affrontato un lungo viaggio in auto, fatto un trasloco o riorganizzato il salotto. Forse hai deciso che era giunto il momento di rimetterti in forma e di tornare in palestra come un tempo. Ecco che, a questo punto, inizia il dolore.

La colonna lombare è composta funzionalmente da 6 vertebre (L1-L5+S1) separate dai dischi intervertebrali e da vari strati di muscoli, tendini e legamenti. Tutte queste strutture lavorano insieme per donare forza, stabilità e flessibilità alla schiena.

Il naturale tempo di guarigione di queste strutture è di 4-6 settimane e l’esercizio fisico rappresenta l’elemento chiave per favorire questo processo.

La lombalgia acuta, molto spesso, si manifesta perché il corpo non è abituato a sopportare determinate sollecitazioni, semplicemente perché non è preparato a sostenerle. Lo stress eccessivo delle strutture è sicuramente la causa principe di questo disturbo.

Siccome la schiena è essenziale per svolgere tutti i movimenti, il dolore in questa zona può risultare molto debilitante.

Per riprendersi da un episodio acuto di mal di schiena, l’esercizio e la terapia manuale sono efficaci, ma al pari vi sono anche la modifica dello stile di vita e l’adozione di posture corrette e specifiche al lavoro, a casa e nel tempo libero, imparando quindi a muoversi correttamente e ad eseguire nel giusto modo le varie attività di tutti i giorni.

La nostra colonna si è evoluta e sviluppata per adattarsi al meglio a tutte le varie situazioni che la vita ci presenta. La cosa che però non tollera nel mio più assoluto è l’assunzione di posizioni statiche e prolungate nel tempo. Noterai quindi un irrigidimento e un aumento del dolore, per cui cerca di interrompere questo circolo vizioso ed evita l’immobilità, muoviti ogni 20-30 minuti!

Ad esempio se ti siedi e mantieni una postura curva in avanti per lunghi periodi, i tuoi muscoli alla fine si affaticano e possono crearti situazioni fastidiose, quindi è consigliabile sedersi con la parte superiore della schiena sostenuta dallo schienale e magari aggiungere un cuscino a sostegno della parte bassa. Ancor più importante, lo ribadisco, è di ricordare di alzarsi e di muoversi. Al corpo piace!

Il tuo medico, per aiutarti durante questo periodi iniziale, può suggerirti di assumere anti-infiammatori o antidolorifici allo scopo di prevenire posture e/o movimenti errati dettati dal dolore. Questo però potrebbe funzionare solo se si tratta di uno dei primi episodi, diverso è se si tratta di mal di schiena persistente e ricorrente.

Una volta che la fase acuta è controllata, è necessario introdurre degli esercizi dolci e calibrati su indicazione del fisioterapista: creerà un piano specifico sulla base del tuo caso specifico, poiché non tutti i mal di schiena sono uguali.

Questi esercizi risultano più efficaci se fatti poco, ma spesso durante la giornata.

A questo punto la situazione continuerà a migliorare. Contestualmente è il caso di aumentare il livello di difficoltà dell’esercizio fino ad arrivare alla normale routine di tutti i giorni, con palestra, nuoto, corsa o ciclismo.

DOLORE ACUTO, CRONICO E PERSISTENTE

E’ indubbiamente difficile convivere con una lunga storia di dolore. Inoltre, talvolta, a causa della mancanza di informazioni chiare e concise sulla diagnosi e sul trattamento, si può andare incontro a frustrazione. Le persone, spesso, ricercano e trovano utile poter capire qualcosa in più sul dolore. Qui, ti fornirò alcune informazioni su questo tema che spero tu potrai trovare interessanti e utili per poter capire e gestire il tuo dolore nel mio più efficace possibile.

Dolore acuto, cronico o persistente?

Il dolore acuto è il normale dolore che avvertiamo quando si verifica una lesione.

Il dolore acuto è utile: ci dice di non cariare su una gamba fratturata e di togliere la mano da una pentola calda per non scottarci. Non dura troppo a lungo e la guarigione è relativamente veloce, però, può essere che questa guarigione non rispetti i tempi e tardi ad arrivare protraendosi nel tempo.

In questo caso si può configurare il dolore cronico, ma, ci tengo a puntualizzarlo, solo in condizioni particolari e specifiche che tratteremo più avanti.

E’ bene anche chiarire che “cronico” non si riferisce necessariamente ad un dolore presente da molto tempo poiché devono esserci delle specifiche condizioni per cui si configuri, diversamente si parla di dolore persistente.

Il Dolore cronico: una “reale” visione

Il dolore cronico è presente solo in determinati casi selezionati e può essere spontaneo oppure determinato da un ritardo nella guarigione, per questo è quasi sempre infiammatorio conseguente ad una lesione.

Il dolore cronico spontaneo può essere attribuibile alla degenerazione delle strutture articolari (articolazione, tendini e legamenti) conseguente ad artrosi o a varie forme artritiche come l’artrite reumatoide o l’artrite psoriasica.

Le condizioni precedentemente citate possono essere in grado di spiegare i sintomi, ma spesso non sono loro il problema poiché l’usura e la degenerazione delle strutture fa parte del normale processo di invecchiamento e di per sé non provoca dolore. Molte persone con usura significativa delle strutture articolari presenta sintomi scarsi o assenti.

Il dolore, esso sia spontaneo o conseguente ad una lesione, si avverte per la compresenza di patologie metabolico-autoimmuni che fanno da “innesco” come il diabete, l’ipotiroidismo, la gotta o le malattie reumatiche. In questi casi i farmaci anti-infiammatori e antidolorifici possono essere efficaci e di supporto alla terapia, consultare quindi il proprio medico per avere indicazioni sulla loro assunzione poiché è l’unica figura competente in materia.

Sempre parlando di cronicità, diverso è il caso della cefalea, il comune “mal di testa”, in cui vi è un particolare tipo di processo di “sensibilizzazione” che affronterò nello specifico articolo “La cefalea”.

Risonanza magnetica, dolore e…

Molti studi hanno dimostrato che esiste una scarsa relazione tra il dolore avvertito e ciò che viene identificato durante un esame strumentale, come ad esempio una risonanza magnetica.

Quindi, come possiamo giustificare il dolore quando le indagini sono normali oppure sono evidenti alterazioni, ma le terapie non funzionano?

Nella pratica clinica diverse sono le strutture che possono generare dolore e molto spesso si punta il dito verso le strutture articolari, ma raramente sono loro che soffrono. Articolazione, tendini e legamenti sono strutture ben visibili e valutabili tramite indagini strumentali (es. risonanza magnetica), ma i muscoli non danno alcuna indicazione nemmeno se sofferenti.

Perché non possono essere i muscoli la causa del problema visto che sono loro che quotidianamente utilizziamo per muoverci nel mondo?

I muscoli non si infiammano, a meno che non vi sia una lesione diretta, causa molto semplice da riconoscere. Proprio per questo, spesso, gli anti-infiammatori non funzionano e questo perché il muscolo è contratto e non infiammato. Stiamo parlando quindi di dolore persistente, che può mantenersi anche per 10 anni e può avere risoluzione, anche in breve tempo, se inquadrato nel modo corretto. L’unica differenza col dolore acuto sta nella risposta ai farmaci, che in un primo momento possono risultare efficaci, ma che a lungo andare, quando il dolore

diventa persistente, non lo saranno più.

Nella mia pratica quotidiana posso dire che i muscoli sono la causa del dolore nel 90% dei casi e questo non si vede con la risonanza, lo si deve capire attraverso la clinica.

 

Quindi cosa facciamo?

Anzitutto inquadrare correttamente il tipo di dolore. Sarà acuto, persistente o cronico?

Non fermarsi alle apparenze risulta fondamentale, poiché se un problema non si risolve non è perché sei sfortunato, forse la causa del tuo problema è un’altra.

Risonanze magnetiche, radiografie, ecografie, non dicono tutto sul tuo dolore, sono solo un supporto alla diagnosi medica.

Quello da “esaminare” sei TU ed è fondamentale conoscere quello che TU percepisci e riferisci.

Ecco alcuni consigli pratici:

  • Esercizio blando senza dolore, ovvero fermati prima di sentire male, altrimenti è peggio!;
  • Modifica le tue abitudini di vita e muoviti più spesso, non stare sempre seduto!;
  • Concediti i giusti momenti per permetterti di rilassarti e di scaricare le tensioni della giornata e della settimana;
  • Cerca di capire se fai qualcosa di sbagliato quando lavori o fai sport e correggiti!
  • Non fare che il dolore prevalga su di te, l’unico in grado di decidere sei tu!

 

Fisioterapia a Verona e Villafranca di Verona

 

 

EDUCAZIONE E CONTROLLO DEL DOLORE NELLA FIBROMIALGIA

Ancora oggi, è impossibile individuare un modello standard di trattamento per la marcata variabilità quantitativa e qualitativa della sintomatologia.
Si tratta di una condizione particolarmente debilitante, ma nonostante l’inabilità a curare questa sindrome, è possibile la gestirla.

La fibromialgia (FM), vista la sua complessità, richiede un approccio multidisciplinare nel quale alla terapia farmacologica, sempre meno considerata, si affianca una varietà di terapie non farmacologiche, compresa la fisioterapia.

Complessivamente, la letteratura si trova a favore di un approccio di tipo non-farmacologico (incluso quello fisioterapico) poiché sembra essere più efficace rispetto a quello farmacologico, presentando, inoltre, effetti a lungo termine.

Tra le terapie non farmacologiche spiccano l’educazione al paziente, il supporto psico-emotivo e l’esercizio terapeutico.

Paura, dolore e depressione

Prima di addentrarmi nella descrizione degli interventi di tipo non farmacologico della terapia della FM, mi vorrei soffermare a enfatizzare la correlazione, nonché il ruolo, della paura del dolore e del movimento, dei fattori cognitivi e della depressione rispetto alla tolleranza e all’estensione del dolore stesso, poiché lo ritengo un concetto fondamentale nella gestione del paziente con FM.

Le ricerche hanno dimostrato che fattori cognitivi come le considerazioni, le credenze, le valutazioni, le aspettative del paziente, giochino un importante ruolo nel determinare l’adattamento ai sintomi in pazienti con dolore cronico.
Gli effetti del pensiero negativo nel mantenimento e nel peggioramento del dolore cronico suggeriscono che la “patologia fisica”, che potrebbe aver innescato la comparsa dei sintomi, a lungo andare sembrerebbe giocare un ruolo meno preminente rispetto alle manifestazioni iniziali della malattia. L’eccessiva attenzione verso i pensieri, le preoccupazioni per i sintomi e la paura del dolore e dell’attività possono contribuire alla depressione e alla disabilità fisica associata con la FM, instaurando un circolo vizioso.

1. EDUCAZIONE E MODIFICA DELLO STILE DI VITA

Il dolore e le disfunzioni fisiche e psicologiche nei pazienti sono influenzati non solo dai processi psicologici, ma anche dai fattori culturali, ambientali, dal grado d’istruzione, dalla fiducia e dalle loro aspettative sul dolore. I cambiamenti, nel tempo, della percezione del dolore riflettono complesse interazioni tra processi psicologici, fattori ambientali e comportamenti cognitivi.

Il paziente al “centro”. L’intervento principe è rappresentato dall’educazione, perché permette di coinvolgere attivamente e direttamente il paziente rendendolo parte integrante e fondamentale del processo terapeutico stesso. Il termine “educazione” racchiude al suo interno un duplice significato: uno orientato alla conoscenza della patologia in sé, l’altro incentrato sul trattamento e sulla spiegazione di quello a cui si sta sottoponendo il paziente per renderlo consapevole di quello che lo sta affliggendo e in modo da permettergli di avere una visione realistica e razionale della propria situazione di malattia. Questo è molto importante, poiché il paziente acquisisce gli strumenti a lui necessari per poter effettuare un’autogestione di successo dei sintomi evitando la creazione di speranze, credenze, aspettative che non rispettano la realtà e che quindi non possono essere soddisfatte.
Con questo approccio si può aumentare sensibilmente la fiducia del paziente al trattamento.

Gestione dello stress. Alcuni autori suggeriscono che i pazienti dovrebbero essere istruiti in tutto e per tutto, non solo sulla malattia, ma anche sul riconoscimento e sull’autogestione dei fattori di stress sia fisico che emotivo: sonno, situazione occupazionale, relazioni sociali, approccio emotivo al dolore. Lo stress cronico influisce negativamente sull’organismo producendo effetti sui sistemi endocrino, nervoso e, soprattutto, immunitario. Lo stress attiva tutte le componenti del sistema nervoso provocando una serie di reazioni a catena che terminano nella stimolazione delle ghiandole surrenali scatenando la produzione di adrenalina (epinefrina) e noradrenalina (norepinefrina), oltre che corticosteroidi (aldosterone) e glucocorticoidi (cortisolo). Queste reazioni e i lori prodotti ormonali producono effetti disastrosi su tutti gli organi e gli apparati, portando ad un alterato funzionamento del sistema immunitario.

Educazione nutrizionale. Il capitolo sulla nutrizione risulta particolarmente complesso e necessiterà di approfondimenti adeguati con un articolo a parte. La fibromialgia è caratterizzata da alti livelli di infiammazione sistemica di basso grado definita da alti livelli di PCR (Proteina C Reattiva), marcatore principale dell’attività infiammatoria presente nel nostro corpo; vi è quindi la necessità di adottare un regime alimentare antinfiammatorio coadiuvato, se necessario, ad adeguata integrazione alimentare (es. CoQ10, omega3, vitamine e sali minerali). L’infiammazione sistemica di basso grado è influenzata molto anche dallo stile di vita: le ore di sonno, il movimento, lo stress, sono elementi contribuenti e in quanto tali vanno anch’essi modificati.

Risparmio energetico. Istruire il paziente alle tecniche di risparmio energetico comporta il miglioramento delle capacità di gestione del tempo nel tentativo di stabilire uno stile di vita più equilibrato e produttivo, in accordo con i livelli energetici disponibili e con il bisogno di riposo. Il segreto è di trovare il giusto equilibrio tra movimento e sedentarietà, al fine di evitare un sovraccarico, deleterio per la funzionalità muscolare. La generazione di over-stress metabolico, in una muscolatura che già di per sé presenta problematiche microcircolatorie, significa predisporre per la formazione di contratture e trigger point in grado di creare dolori diffusi.

Supporto socio-sanitario. Molti pazienti con fibromialgia o artrite reumatoide hanno bisogno di supporto di uno o due membri, come il partner e/o il medico, per la soddisfazione dei propri bisogni personali, poiché mostrano scarse intenzioni di costruire nuovi rapporti interpersonali e presentano la tendenza a non mantenere le relazioni, rischiando l’isolamento sociale. Risulta di grande ausilio, in aggiunta, la gestione dello stress attraverso gruppi di supporto, specialisti qualificati come psicologi o psichiatri, attraverso pratiche meditativo-spirituali, come lo Yoga e il Tai-Chi.

2. ESERCIZIO TERAPEUTICO

Premessa: attività fisica e sedentarietà.I pazienti affetti da FM tendono ad essere altamente sedentari: bassi livelli di attività fisica contribuiscono a sviluppo, mantenimento ed esacerbazione dei sintomi in donne affette da FM; inoltre, la sedentarietà, costituisce un potenziale rischio globale per la salute poiché aumenta il rischio cardiovascolare per patologie gravi come ictus e infarti del miocardio.

Un recente lavoro di McLoughlin et al. indica che la maggior parte delle donne con FM risulta essere meno attiva rispetto ai soggetti sani di controllo di pari età e genere; un limite all’esercizio è rappresentato dalla refrattarietà all’esercizio, poiché i sintomi ne rendono lo svolgimento spesso difficoltoso. A causa della sintomatologia complessa questi pazienti non sono portati a svolgere attività con costanza e quindi a ricavarne i benefici correlati. Alla luce di questo, si comprende ancora meglio il ruolo educativo del fisioterapista e delle altre figure sanitarie, a partenza dal medico.

 I benefici del movimento.L’Esercizio Terapeutico è definito come la sistematica e pianificata esecuzione di movimenti, posture ed attività fisiche” (definizione American Physical Therapy Association) intese a fornire al paziente i mezzi per prevenire, risolvere e mantenere potenziali problematiche e ottimizzare lo stato di salute generale.

Secondo le linee guida di pratica clinica, basate sull’evidenza, l’esercizio aerobico di bassa intensità supervisionato e l’allenamento di forza/resistenza sono altamente raccomandati per la gestione del dolore cronico, aspetto fondamentale nel paziente con FM. Questo perché produce numerosi effetti positivi sull’organismo, come le influenze sul sistema monoaminergico-serotoninergico e sull’attività del sistema nervoso autonomo, innescando i meccanismi di inibizione discendente del dolore e liberando le cosidette endorfine che, inoltre, producono miglioramenti anche sul tono dell’umore.

Uno studio di neuroimaging funzionale (fMRI) ha comparato i livelli di attività dei pazienti concludendo che vi erano delle relazioni importanti tra attività fisica, sedentaria e risposta nervosa agli stimoli dolorosi in diverse aree implicate nella modulazione centrale del dolore: in generale, l’attività fisica sembra stimolare positivamente, al contrario della sedentarietà, l’attività cerebrale durante la modulazione del dolore: soprattutto nei pazienti con FM, questo suggerisce che l’attività fisica è importante per la regolazione centrale del dolore.

L’esercizio fisico è in grado di aumentare la capacità di carico nei pazienti, aumentando la tolleranza al movimento e alle attività della vita quotidiana, ardua lotta che ogni giorno devono affrontare. Infatti, risulta di basilare importanza per interrompere il circolo vizioso dolore-inattività-dolore, che porta il paziente con FM a evitare di muoversi per paura, fittizia, di un possibile peggioramento del quadro clinico.

Inoltre, è stato dimostrato che l’esercizio produce notevoli miglioramenti sullo stato psico-emotivo associato alla depressione, sui disturbi neurocognitivi come deficit di attenzione e concentrazione e sui disturbi del sonno.

L’esercizio fisico lavora anche sul metabolismo cellulare e sulla capacità respiratoria del paziente, favorisce lo sviluppo della massa e della potenza muscolare e aumenta l’assorbimento di ossigeno all’interno dei tessuti migliorando quindi la microcircolazione e portando a ridurre sensibilmente le problematiche lamentate dal paziente di dolore cronico e affaticamento.

Idrokinesiterapia. L’idrokinesiterapia è l’insieme di movimenti attivi, passivi o attivi assistiti, che avvengono in acqua a scopo terapeutico. Uno studio particolarmente interessante sul controllo del dolore ha messo a confronto diversi tipi di esercizio aerobico (in palestra, in piscina e al domicilio) evidenziando la maggiore efficacia dell’esercizio in piscina rispetto agli altri. Con questo vorrei enfatizzare l’importanza di questa modalità, in quanto può essere la soluzione per quei pazienti particolarmente suscettibili, refrattari o rinunciatari all’esercizio o che presentano lesioni o sono in sovrappeso, poiché rispetto all’esercizio in palestra questo presenta una minore pressione idrostatica sulle articolazioni e un ridotto carico assiale sul tronco. Migliore può essere l’esito terapeutico se l’acqua fosse riscaldata, per gli effetti della temperatura sulle terminazioni dolorifiche e sul rilassamento muscolare indotto.

 3. TERAPIA MANUALE ORTOPEDICA

La Terapia Manuale Ortopedica è una specializzazione della fisioterapia che prende in esame il trattamento dei disturbi muscoloscheletrici utilizzando tecniche che producono effetti su dolore, postura e rigidità. Alcuni studi affermano che le mobilitazioni articolari possono essere una buona modalità terapeutica nella gestione del dolore a breve termine. In particolare, pazienti fibromialgici che presentano lombalgia cronica possono beneficiare di manipolazioni vertebrali e di trattamenti miofasciali. La terapia manuale non dovrebbe esistere mai isolata, ma deve sempre essere abbinata agli altri tipi di terapia per incentivare ulteriormente la collaborazione del paziente e rendere l’aderenza al trattamento sempre più attiva anziché passiva. Anche il linfodrenaggio manuale sembra poter avere un effetto positivo, ma sempre a breve termine.

 4. TERMOTERAPIA E BALNEOTERAPIA

Termoterapia. La termoterapia si basa sulle capacità dell’energia termica di trasmettersi da un corpo all’altro a scopo terapeutico. Questa può essere utilizzata per migliorare la microcircolazione locale, ed essere utilizzata come metodica di auto-trattamento dal paziente; il fisioterapista, quindi, potrebbe educare il paziente all’uso del calore (impacchi caldi umidi, cuscinetti termici, vasche idromassaggio, docce calde o bagni) sfruttando così il miglioramento del flusso ematico a livello locale, per combattere spasmi muscolari e rigidità. Viceversa, il fisioterapista potrebbe anche insegnare al paziente l’uso corretto del freddo (impacchi di ghiaccio, massaggio ghiacciato e bagni freddi) per anestetizzare le aree dolenti (TP) e rompere il ciclo del dolore.

Balneoterapia. La balneoterapia, che impiega bagni contenenti acque minerali termali a una temperatura intorno ai 34° C, forniti da soli o nell’ambito di terapie termali, includenti anche l’idrokinesiterapia, si è dimostrata maggiormente efficace rispetto ai gruppi di controllo su dolore, affaticabilità, rigidità, ansia e disturbi del sonno con mantenimento dei risultati per 3-6 mesi. La fangoterapia sembra migliorare e prolungare ulteriormente tali risultati. La terapia termale, quindi, potrebbe essere inserita nel trattamento riservato ai pazienti con FM. La terapia termale, nella gestione del paziente con FM, potrebbe essere considerata una buona opzione di trattamento.

5. PRATICHE MEDITATIVE

Le pratiche meditative come Yoga, Tai-Chi e Pilates, agendo sulle relazioni tra cervello, mente, corpo e comportamento e sui loro effetti sulla salute e sulla malattia, si sono dimostrate efficaci sul dolore cronico e su altri importanti sintomi della FM (come affaticamento, disturbi del sonno, depressione, ansia e disagio psico-sociale) in favore della qualità di vita e nella disabilità. Comuni in queste pratiche sono la consapevolezza posturale, i movimenti controllati del corpo, il rilassamento e le tecniche di respirazione. Nonostante l’indubbio beneficio che l’esercizio aerobico e, soprattutto, l’idrokinesiterapia e la balneoterapia apportano sulle funzioni mentali, in particolare sulla depressione, l’approccio riabilitativo ottimale per la FM è senza dubbio rappresentato dalle discipline meditative. Queste pratiche, sia quelle basate sulla concentrazione che quelle basate sul movimento, hanno poco o nessun impatto fisico, dunque risultano ben tollerabili anche dai pazienti con FM, permettendo loro di avere un ruolo attivo nel trattamento. Le pratiche meditative risultano maggiormente efficaci nel trattamento precoce dei sintomi, in quanto prevengono il circolo vizioso che s’instaura tra disabilità e stress psicologico associato al dolore cronico diffuso, che col tempo conduce a grave disabilità. La scelta dell’attività deve essere guidata dalle preferenze e delle aspettative dei pazienti. Chiaramente, come detto precedentemente, non è possibile gestire il problema senza seguire anche le altre indicazioni, poiché l’approccio deve essere multifattoriale.

6. TERAPIA VASCOLARE

Le terapie descritte hanno tutte una cosa in comune, la microcircolazione sanguigna. Terapia manuale, esercizio terapeutico, termoterapia, balneoterapia, massaggio, stretching, persino tutte le pratiche meditative, presentano come risultato finale, seppur percorrendo strade differenti, il miglioramento del metabolismo e della perfusione all’interno dei tessuti: se un tessuto riceve ossigeno e nutrimento e nel contempo si libera delle scorie derivanti dal metabolismo, risulta sano e in salute. Allo stesso tempo si può modificare la dieta, assumere integratori, modificare il proprio stile di vita, sottoporsi a tutte le terapie possibili ma, se le “tubature” presentano degli ingorghi, i risultati sicuramente saranno inferiori a quelli che si potrebbero ottenere lavorando con un sistema idraulico perfettamente funzionante (l’organismo) dove l’acqua (il sangue) scorre senza impedimenti. La terapia fisica vascolare sembra essere un buon modo per favorire la pulizia del sistema e ottenere così risultati terapeutici di qualità superiore, accorciando, inoltre, i tempi di recupero.

 

Vuoi sapere come cos’è la microcircolazione e come poter migliorarla attraverso la terapia vascolare? Chiamami al +39 3462345196! Fisioterapia a Verona e Villafranca di Verona.

 

LA FIBROMIALGIA: UNA VISIONE D’INSIEME

Nel panorama socio-culturale si parla sempre più spesso di fibromialgia. Si parla anche molto della disinformazione degli addetti ai lavori in merito a questa debilitante malattia. Chi soffre di questo problema spesso non si sente “capito” e si rivolge a molti specialistici rimanendo ahimé deluso. Questo succede poiché la fibromialgia non presenta dei marcatori specifici rilevabili con esami strumentali e di laboratorio e le figure di competenza “non riuscendo a giustificare” prescrivono terapie inconcludenti, se non dannose per i pazienti.

Lo scopo di questo articolo è di fornire una panoramica generale sulla fibromialgia nei suoi aspetti più generali.

Cos’è la Fibromialgia?

La fibromialgia (FM) è una sindrome clinicamente molto complessa, ad eziologia sconosciuta, e viene definita come una sindrome da sensibilizzazione centrale (SSC). E’ caratterizzata da dolore muscolo-scheletrico cronico diffuso, localizzato in regioni caratteristiche chiamate Tender Points (TP) e da una varietà di altri sintomi associati come fatica, rigidità, disturbi del sonno, disfunzioni cognitive ed episodi depressivi.

Chi e quante persone colpisce?

Dopo l’osteoartrosi, la FM rappresenta la seconda malattia reumatica più comune4.
La FM è una patologia che si verifica con maggiore frequenza nelle donne, avendo un rapporto di 3:1 e mostra un andamento crescente con l’aumentare dell’età, con il picco massimo tra 55-64 anni. In Italia, uno studio ha rivelato che ne soffre in media il 3,7% della popolazione, nello specifico il 5,5% sono femmine e l’1,6% maschi.

Quali sono le possibili cause?

I meccanismi che stanno alla base della FM sono sconosciuti.
Le indagini sui possibili meccanismi coinvolti nell’eziologia e nella patogenesi della FM si sono concentrate sulle disfunzioni del sistema nervoso centrale (SNC) e autonomo (SNA), sulle anomalie riscontrate negli studi sull’encefalo e sulla neuroimaging funzionale, così come fattori genetici e ambientali (infezioni virali e batteriche, traumi fisici e psico-emotivi, turbe psichiatriche, disturbi del sonno). L’ipotesi più accreditata sullo sviluppo della FM sembra essere quella della Sensibilizzazione Centrale: l’ipersensibilità verso stimoli sia dolorosi che non, dovuta ad abnorme ipereccitabilità dei neuroni centrali mediata da diversi neurotrasmettitori (serotonina, dopamina, noradrenalina, SP, endorfine, encefaline) e attività neurochimiche, che determina un’anormale e intensa amplificazione del dolore.

  • Iperalgesia, iperpatia, allodinia;
  • Espansione del campo percettivo;
  • Scarica elettrofisiologia prolungata;
  • Spiacevole dolore successivo allo stimolo (es. bruciore e parestesia) che perdura più a lungo del normale.

Queste modificazioni funzionali causano una neuroplasticità che portano a un’eccessiva amplificazione dello stimolo nervoso periferico. La SC sembra essere il principale meccanismo coinvolto nello sviluppo e nel mantenimento della cronicità del dolore, il sintomo cardine di questa patologia. Per Sindromi da Sensibilizzazione Centrale (SSC), come accennato nella definizione, s’intente un gruppo di sindromi simili legate a questo fenomeno. Tra queste troviamo ad esempio la sindrome da fatica cronica, la sindrome della vescica irritabile, i disturbi dell’articolazione temporomandibolare e l’emicrania, disturbi che non casualmente sono comunemente associati alla FM.

Negli ultimi tempi, particolare attenzione è stata posta verso lo studio della microcircolazione come possibile causa delle disfunzioni determinate dalla fibromialgia. Un recente studio ha evidenziato che un gruppo di pazienti con FM mostrava alterazioni in densità, diametro, lunghezza e tortuosità dei capillari digitali, modificazioni necessarie messe in atto dall’organismo al fine di fronteggiare il deficit microcircolatorio. Dal momento che tutti i tessuti, gli organi e gli apparati sono costituiti da fitte reti di capillari, la comprimissione della microcircolazione potrebbe aiutare a spiegare le manifestazioni sintomatiche della FM e le anomalie ormonali e biochimiche implicate nella patogenesi.

Questo potrebbe spiegare l’ampio coinvolgimento sistemico, dai muscoli all’intestino, e l’ampia varietà dei sintomi che presenta: l’unica cosa che, nel nostro corpo, accomuna tutti i disturbi sembra proprio essere il fattore microcircolatorio (clicca qui per approndire).

Quali sono i sintomi?

La FM è una sindrome caratterizzata da un’ampia varietà di disturbi:

  • Dolore muscolo-scheletrico cronico diffuso;
  • Rigidità;
  • Spossatezza;
  • Disturbi del sonno;
  • Depressione;
  • Manifestazioni muscolo-scheletriche (es. contratture e accorciamento muscolare);
  • Manifestazioni disautonomiche (es. ipotensione ortostatica, vertigini, irregolarità cardiache e respiratorie);
  • Manifestazioni neuroendocrine: alterazione secrezione di cortisolo, estradiolo, GH, TSH, 5- HTT, DA;
  • Manifestazioni neurocognitive: attenzione, apprendimento, memoria.

Il sintomo più caratteristico, però, come già rimarcato in precedenza, è il dolore muscoloscheletrico cronico:

  • Diffuso: bilaterale, sopra e sotto il cingolo pelvico;
  • A distribuzione non anatomica: dolore globale o locale inaspettato e fluttuante con
  • carattere spesso migratorio.
  • Caratteristiche: allodinia, iperalgesia, iperpatia, dolore persistente e dolorabilità alla
  • palpazione dei TP che è indipendente dal dolore diffuso.
  • Descrizione: bruciante, tagliente, lancinante, acuto, pulsante, profondo e/o qualsiasi
  • combinazione di questi;

Possono associarsi anche artralgia diffusa, dolore al petto simil-anginoso, dolore lombare simil-sciatalgico, crampi alle gambe (40% degli affetti), cefalee croniche (50-60%) e disturbidell’articolazione temporomandibolare (TMD).

Come si diagnostica?

Nel 1990, l’American College of Rheumatology ha elaborato dei criteri diagnostici (ACR criteria 1990), che si basano su due punti fondamentali che devono essere associati a un accurato esame obiettivo:

  • Storia di dolore muscoloscheletrico diffuso: dolore che perdura da più di 3 mesi in tutti e quattro i quadranti del corpo, con il coinvolgimento aggiuntivo di dolore assiale nel tratto cervicale, toracico o lombare;
  • Positività di 11/18 TP: un TP risulta positivo se dolente alla digitopressione di 4 kg/cm2 (sufficiente per fare impallidire l’unghia dell’esaminatore).

Questi due criteri, il dolore diffuso e la positività ai tender points, presentano una sensibilitàdell’88,4 % e una specificità dell’81,1 % per la diagnosi di FM11.

L’elaborazione di questi criteri, però, non deve escludere una valutazione più approfondita e completa; si ricorre, infatti, anche a raccolta e valutazione dei sintomi associati, che accompagnano il dolore e che potrebbero apparentemente non essere collegati (come astenia, disturbi del sonno, debolezza, deficit di attenzione e della memoria, sintomi vestibolari e molti altri).

La diagnosi differenziale è basilare e va posta con quelle patologie che possono “simulare” la FM come l’ipotiroidismo, la sindrome da fatica cronica, l’epatite C, la malattia di Lyme, l’apneanotturna, la malformazione di Chiari, ma soprattutto con quelle malattie reumatiche di origine autoimmune come il Lupus Eritematoso Sistemico (LES), la sindrome di Sjögren, altre connettivitisistemiche, l’artrite reumatoide e le spondiloartriti. Queste sono tutte patologie che possono causare un dolore muscolo-scheletrico vago e diffuso associato ad un alto livello di fatica, chepossono quindi ingannare l’esaminatore. Per tale differenziazione può essere utile servirsi degli esami di laboratorio10.

Quali sono le opzioni terapeutiche?

Non esiste una cura per la FM, nemmeno un “gold standard di trattamento”, ma è possibilegestire e controllare i sintomi, compreso il dolore.

L’approccio terapeutico si compone di:

  • Terapia farmacologica: combinazioni di più farmaci con diverso meccanismo d’azione come FANS, anticonvulsivanti, antidepressivi e miorilassanti, strada sempre meno battuta;
  • TERAPIA NON FARMACOLOGICA: panorama variegato composto da educazione, terapia cognitivo-comportamentale, esercizio fisico, terapia fisica e terapia alternativa e complementare.

Le possibilità terapeutiche non farmacologiche, specialmente quelle fisioterapiche, le affronterò nel prossimo articolo.

Fisioterapia a Verona e Villafranca di Verona